Il regno del Barbaresco, tra le eccellenze enologiche del nostro paese

Luca Gardini

Luca Gardini

Per comprendere correttamente il linguaggio del vino, ancora prima della grammatica, bisogna conoscerne l’ABC.
Per ogni lettera dell’alfabeto esistono tanti, se non tantissimi, vitigni e vini, il cui nome comincia proprio con quella lettera. Sotto la B, ad esempio, troviamo il Brunello di Montalcino, ma anche i piemontesi Barolo e Barbaresco. Le affinità tra questi due ultimi vini non si limitano al vitigno utilizzato, l’uva Nebbiolo, ma si estendono al luogo di produzione: quelle langhe da alcuni anni riconosciute dall’Unesco – roba seria mica Tripadvisor – come patrimonio paesaggistico mondiale. Le differenze tuttavia ci sono eccome, visto che per il vino la materia più importante non è la geografia, ma la geologia.
 
Ecco allora che la zona di produzione del Barbaresco si colloca in aree più temperate rispetto al quelle in cui prende vita il Barolo, con terreni solitamente più ricchi di tufo, nello specifico in quelle aree comprese all’interno dei comuni di Barbaresco, Treiso, Neive e in una parte di quello di Alba.
 
barbaresco vino paesaggio
 
Le origini del nome di questo vino pare siano connesse con quei barbari che qui, un tempo zona di folta vegetazione, prima si nascosero ai romani e, successivamente, uscirono allo scoperto, contribuendo a smantellarne l’impero. Il regno del Barbaresco tra le eccellenze enologiche del nostro paese, ma non solo, è invece più che mai intatto. Il merito va, tra le tante caratteristiche che lo contraddistinguono, alla sua grande capacità d’invecchiamento in bottiglia, corredata da quella qualità media, molto alta su tutto il territorio di produzione, che è stata tutelata dalla Doc prima e dalla Docg a partire dal 1980 (il Barbaresco fu uno dei primi vini rossi a guadagnarsi questa tutela). A dire il vero la fama di questo vino ha anche beneficiato del dualismo-complicità con il Barolo.
 
Le differenze che esistono all’interno dello stesso Barbaresco fanno sì che questo legame con il Barolo debba essere sorpassato, a favore di un approfondimento di quegli aspetti, nuovi o consolidati che siano, che, alla fine, contribuiscono a rendere il Barbaresco davvero unico. Penso ai cambiamenti climatici, inevitabili quanto indubbi, che portano a nuovi range di maturazione nelle zone di coltivazione, diverse per conformazione geologica e per esposizioni, senza scordare le altrettante scelte enologiche dei produttori, a loro volta differenti sia per origine sia per modo d’intendere questo vino. Dalla grande, per la zona, realtà cooperativa del territorio, quella dei Produttori di Barbaresco, che conta su 50 soci in grado di portare in dote alla cantina 100 ettari su un totale di denominazione che supera di poco i 700 ha, senza dimenticare i singoli viticoltori. Tra questi vanno segnalati i Sottimano, azienda di famiglia dalla gamma mai meno che eccellente o i Marchesi di Grésy che fanno qualità elevatissima addirittura sin dal XVIII secolo. Ancora come non ricordare quelle realtà che prendono coraggio a suon di lavoro, come la Orlando Abrigo, che da conferitori passano a far vino in proprio, potendo contare oggi su circa 20 ha di proprietà.
 
Non mancano gli eclettici di successo come l’azienda Socré, fondata e condotta da un architetto con la nostalgia della terra o i Dellapiana che da industriali della carta vengono in Langa per dar vita alla cantina Rizzi. Al di là dei nomi delle aziende produttrici, su ogni etichetta di Barbaresco troverete altre informazioni. Se le menzioni geografiche (Rongalio, Pajoré, Cottà, Asili, Montersino, Martinenga e Rabajà…) rappresentano un indizio relativo al cru di produzione, bisogna tuttavia chiarire cosa significhi quando in etichetta compaia solo il termine Barbaresco, oppure quando lo si trovi accoppiato alla parola Riserva. Le differenze, come detto, non riguardano l’uva, ma il periodo di affinamento a cui il vino è sottoposto in cantina, prima della commercializzazione. Se nel primo caso il Barbaresco rimane in cantina per un periodo di 26 mesi, di cui almeno 9 spesi in legno, nel caso della riserva i mesi salgono a 50; a rimanere invariato è invece il periodo minimo di permanenza in rovere. Per tutti questi fattori bisognerà dire che lo spettro di sensazioni che è in grado di esprimere un Barbaresco è molto ampio, in molti casi addirittura più esteso in seguito all’affinamento in bottiglia.
 


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