“Tatuati il marchio e mangia pizza gratis a vita” – Il contest estremo lanciato da Domino’s

Il 31 agosto scorso è stato pubblicato l’annuncio sulla pagina Facebook Domino’s Pizza Russia. “Le condizioni sono estremamente semplici”, c’era scritto nelle istruzioni online. “Fatti un vero tatuaggio con il nostro logo in un punto visibile del corpo, pubblica una fotografia su un social network (Instagram, Facebook o VKontakte) con l’hashtag #dominosnavsegda, infine vieniti a ritirare il certificato della vittoria e goditi la pizza gratis per il resto della vita”.
 
Il contest organizzato dalla catena americana di pizzeria inizialmente aveva scadenza 31 ottobre, ma nel giro di 120 ore dal lancio è stato innondato di fotografie di utenti corsi a tatuarsi il celebre marchio a forma di tessera del domino su braccia, gambe, addirittura collo.
 
Sono solo 350 i fortunati che potranno godere del bonus offerto dalla Domino’s, che prevede la fornitura di non tutte le pizze messe in listino ma potranno scegliere tra la pizza alla Carbonara, la pizza con bacon, manzo e patate in voga in particolare modo in Russia e la mitica tonda con prosciutto e ananas.
 
L’allettante premio prevedeva una fornitura di 100 pizze gratuite all’anno ma, facendo dopo due conti, la Domino’s stessa si è accorta del costo effettivo dell’iniziativa: supponendo un costo medio di una pizza di 7 euro, e che ogni partecipante ne richieda ben 100 all’anno come suo diritto, lo scontrino totale dell’operazione sarebbe superiore ai 7,3 milioni di euro nei prossimi 30 anni.
 
Già così, d’altronde, l’iniziativa costerà un bel po’ a Domino’s: Con un ritorno, in termini di pubblicità, nemmeno particolarmente esaltante. I 350 clienti selezionati e verificati hanno comunque ottenuto la propria certificazione premium, che li autorizza ad abbuffarsi per sempre di pizza gratis.
 
Ragionevole invece è il disappunto dimostrato da tutti quelli che, dopo essere passati dal proprio tatuatore di fiducia, si son visti rifiutare la richiesta di ritiro della certificazione causa “eccessiva partecipazione”.
 
Fonte: il Fatto quotidiano
 
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