
Succede anche nelle trattorie di provincia, quelle con il fegato alla veneziana in carta da vent’anni: tra i secondi, da qualche mese, spunta uno smash burger. Il titolare allarga le braccia e la spiegazione è sempre la stessa: lo chiedono i ragazzi, l’hanno visto su TikTok, è un food trend che potrebbe essere inserito nel menù. In quella scrollata di spalle c’è tutta la ristorazione del 2026.
Basta tornare indietro di cinque anni per misurare la distanza. Chi avesse ordinato una Dubai chocolate bar nel 2021 avrebbe ricevuto sguardi perplessi; oggi la si trova plastificata nei menu dei bar di provincia, accanto al tiramisù. E non perché un critico l’abbia benedetta o una guida le abbia assegnato un cappello: perché milioni di persone hanno guardato altri milioni di persone spezzarla a metà davanti a una telecamera, con quel crunch del kataifi che in video rende benissimo. Tutto qui. Ma è un “tutto qui” che sta ridisegnando un intero settore.
Quindici secondi per un food trend da inserire in menù valgono più di una recensione
Per chi viene dalla critica gastronomica tradizionale è un boccone amaro, ma i numeri non guardano in faccia la nostalgia. Un video di quindici secondi con un grilled cheese che fila porta più coperti di un pezzo entusiasta su un quotidiano nazionale, e chi sta dietro ai fornelli lo ha capito da un pezzo. Per la Gen Z il telefono è il vero antipasto: prima si guarda, poi si prenota, poi (forse) si mangia. Qualche analista ha definito TikTok un gigantesco focus group in tempo reale, ed è difficile trovare una descrizione più precisa: milioni di reazioni immediate su cosa funziona in un piatto, gratis, ogni giorno.
Il risultato è che i menu vengono riscritti in silenzio. Nessun ristoratore lo dichiara apertamente, ma le carte si stanno riorganizzando attorno a una domanda che dieci anni fa sarebbe sembrata folle: questo piatto, qualcuno avrà voglia di filmarlo?
Chi ha superato la prova del tempo
Il vero spartiacque non è diventare virali. È restare in menu quando la moda passa. E qualcuno ce l’ha fatta.
La cottage cheese, per esempio. I fiocchi di latte, per decenni simbolo delle diete tristi e dei vaschetti da frigorifero da single, sono stati resuscitati dall’ossessione collettiva per le proteine: oggi finiscono in paste cremose “high protein“, in salse, in creme spalmabili, perfino nei dolci dei locali fast-casual. Una traiettoria che nel 2019 avrebbe fatto sorridere chiunque.
La birria è un caso diverso, e più interessante. Era street food messicano, roba di quartiere, tacos e brodo. Poi qualcuno ha capito che quel gesto, il taco intinto lentamente nel consommé rosso, era fatto apposta per lo slow motion. Da lì è nata una categoria intera: birria ramen, grilled cheese alla birria, perfino pizze. Sulle reinterpretazioni più spinte i puristi storcono il naso, ma il fenomeno tiene.
Poi c’è il riso croccante, che tecnicamente sarebbe uno scarto della preparazione del sushi e invece è diventato un piatto con dignità propria: base tostata, sopra tartare di tonno piccante o avocado, in certi locali pure l’aioli al tartufo. Il motivo del successo è banale e geniale insieme: il croccante in video si sente. La texture è il nuovo impiattamento.
Chiude il quadro il caos ordinato dell’ugly delicious: patatine annegate sotto strati di condimenti, burger schiacciati male apposta, piatti che sembrano incidenti riusciti. L’estetica da rivista patinata non tira più, l’autenticità sì. Con un avvertimento che i ristoratori più accorti conoscono bene: il panino che cola fa le visualizzazioni, il panino che cola ed è pure buono fa i clienti che tornano. Sono due mestieri diversi.
La parte di cui nessuno parla volentieri
C’è anche un lato meno simpatico della faccenda. Per un piccolo locale, oggi, non esserci su TikTok è un lusso che pochi possono permettersi, e la pressione produce scorciatoie. Girano agenzie che vendono follower a pacchetti, e più di un ristoratore ammette, a microfoni spenti, di averci pensato. Peccato che sia una strada senza uscita: oltre a violare le regole della piattaforma, semplicemente non funziona. L’algoritmo misura quanto tempo le persone restano sul video e quanto interagiscono davvero, non il numerino sotto il nome del profilo. Centomila follower e trecento visualizzazioni a video sono un cartello luminoso che dice “qui c’è qualcosa che non torna”, e se ne accorgono tutti, clienti compresi.
La credibilità che conta si costruisce nell’unico modo possibile: un piatto con un momento che valga la pena filmare. Una salsa versata al tavolo, un interno a vista, una crosta che si rompe. Il resto lo fanno i clienti, gratis, ed è una pubblicità che nessun pacchetto di follower comprati potrà mai imitare.
E il prossimo food trend per il menù?
Impossibile dirlo con certezza, ed è metà del divertimento. Gli osservatori americani scommettono sullo swangy, l’evoluzione dello swicy con una nota acidula in più, e sul musubi hawaiano pronto al salto nel mainstream. Ma fare previsioni in questo campo è un esercizio ad alto tasso di figuracce: chi avrebbe puntato un euro sulla cottage cheese nei dessert?
Quello che si può dire è chi sta vincendo: i locali che sperimentano senza snaturarsi, che presidiano la piattaforma con contenuti veri e che hanno interiorizzato la regola non scritta di questo 2026. Il menu è diventato un feed. E i piatti migliori sono quelli che la gente condivide da sola, senza che nessuno glielo chieda. Possibilmente dopo averli finiti.


