UNI EN 13432, OK Compost e direttiva SUP: cosa deve sapere oggi un ristoratore

Con l’analisi di Bio Green Gate

Bio Green Gate
Chi gestisce un ristorante, un bar o un’attività di asporto ha imparato in fretta a riconoscere certe parole. Bio, eco, green, biodegradabile: compaiono sulle confezioni, nei cataloghi, nei preventivi. Il problema è che non significano tutte la stessa cosa, e alcune non significano nulla dal punto di vista normativo.
La conseguenza è che si può acquistare in buona fede un prodotto presentato come sostenibile e trovarsi fuori dai requisiti di legge, oppure smaltirlo in un modo che annulla il vantaggio ambientale per cui lo si è pagato. Non è una questione di malafede: è una questione di lessico. Vale quindi la pena mettere in fila tre cose: quali parole contano davvero, cosa chiede la normativa SUP sulle plastiche monouso e come si legge un’etichetta. 

Tre parole che non sono sinonimi

Biodegradabile descrive un materiale che si decompone per azione di batteri e agenti naturali, trasformandosi in anidride carbonica, acqua, biomassa e sali minerali. È una proprietà generica: dice che il materiale si degrada, non in quanto tempo, in quali condizioni né con quale risultato finale.
Compostabile è più stretto. Indica un prodotto progettato per decomporsi in tempi definiti attraverso un processo di compostaggio, trasformandosi in compost utilizzabile come ammendante, cioè il materiale che si incorpora nel terreno per migliorarne la struttura. Un prodotto compostabile è necessariamente anche biodegradabile; il contrario non è vero.
Riciclabile appartiene a un’altra famiglia: descrive la possibilità di reimmettere il materiale in un ciclo produttivo, non di trasformarlo in compost. Un bicchiere destinato alla raccolta della carta non va conferito nell’organico, e le indicazioni valide restano quelle del sistema di raccolta locale.
Per un’attività di ristorazione la differenza è tutt’altro che teorica. La parola che compare sulla confezione determina il contenitore in cui il prodotto finisce a fine servizio, e determina se il beneficio ambientale dichiarato si realizza oppure si perde per strada.

Cosa chiede la normativa sulle plastiche monousocosa chiede la normativa UNI EN 13432

La direttiva (UE) 2019/904 sulle plastiche monouso, nota come direttiva SUP e recepita in Italia con il D.lgs. 196/2021, ha vietato l’immissione sul mercato di una serie di prodotti in plastica usa e getta: piatti, posate, cannucce, contenitori in polistirene espanso, insieme ai prodotti in plastica oxo-degradabile.
Il punto che genera più incertezza riguarda le bioplastiche. Il fatto che un materiale derivi da fonti rinnovabili non lo colloca automaticamente fuori dal perimetro della norma: la direttiva ragiona sulla natura del polimero e non soltanto sulla sua origine, escludendo dalla definizione di plastica i polimeri naturali non modificati chimicamente.
Il recepimento italiano ha introdotto una previsione specifica: consente l’immissione al consumo di alcuni degli articoli vietati se realizzati in materiale biodegradabile e compostabile certificato conforme alla UNI EN 13432, con percentuali minime di materia prima rinnovabile. Su questa apertura la Commissione europea ha avviato una procedura d’infrazione per non corretta trasposizione della direttiva, ancora aperta a settembre 2026: secondo la Commissione la direttiva non distingue tra plastica tradizionale, biodegradabile e compostabile.
La lettura pratica, per chi acquista, è una sola: l’espressione «di origine vegetale» non è di per sé una garanzia di conformità. Quello che fa la differenza è la certificazione del prodotto finito.

Come si legge un’etichetta

Il riferimento tecnico è la norma UNI EN 13432, che stabilisce i requisiti perché un imballaggio possa essere considerato compostabile. Sono quattro, e sono misurati in laboratorio: biodegradazione di almeno il 90% del materiale entro sei mesi, disintegrazione in frammenti inferiori a 2 mm entro tre mesi di compostaggio, assenza di effetti negativi sul processo e sulla qualità del compost finale, limiti sul contenuto di metalli pesanti e di sostanze indesiderate.
La norma però da sola non basta: serve che un organismo terzo abbia verificato la conformità di quel prodotto specifico. Sulle confezioni questo si traduce in marchi rilasciati da enti indipendenti, come OK Compost, rilasciato da TÜV Austria dopo prove di laboratorio sul prodotto finito, componenti e additivi inclusi. Nel caso di OK Compost la variante conta: INDUSTRIAL attesta la compostabilità in impianto di compostaggio industriale, HOME anche nella compostiera domestica, con requisiti più stringenti. Sapere quale delle due si possiede serve a dare al cliente l’indicazione di smaltimento corretta.
C’è poi un secondo requisito che nel dibattito resta in secondo piano, ma che per chi somministra alimenti pesa quanto la compostabilità: l’idoneità al contatto con gli alimenti. In Italia si parla di MOCA, Materiali e Oggetti a Contatto con gli Alimenti. Non è un marchio da cercare sulla confezione: è una conformità a un quadro normativo, il Regolamento (CE) 1935/2004 insieme alle buone pratiche di fabbricazione del Regolamento (CE) 2023/2006, che il produttore attesta con una Dichiarazione di Conformità supportata da test di migrazione. Un prodotto può essere perfettamente compostabile e al tempo stesso non essere adatto a un alimento caldo e grasso.
Un dettaglio che spesso sfugge: le certificazioni hanno una validità e sono rilasciate su un prodotto in una specifica configurazione. Un articolo certificato anni fa, prodotto oggi con una lavorazione diversa, non è automaticamente coperto dallo stesso attestato. Lo stesso vale per le versioni personalizzate con il logo del locale, che vanno verificate come prodotto a sé. Il certificato aggiornato, con il riferimento al prodotto e all’ente che lo ha emesso, si richiede una volta e mette al riparo da contestazioni.
La regola operativa, quindi, è chiedere al fornitore la documentazione e non la dicitura.

Lo smaltimento per la normativa SUP fa parte della conformità

Un prodotto compostabile certificato va conferito nella frazione organica, dove nelle condizioni controllate di un impianto di compostaggio si disintegra nei tempi previsti dalla norma. Un prodotto genericamente biodegradabile ma privo di certificazione va invece nell’indifferenziato: senza la verifica di conformità non ci sono garanzie sui tempi e sulle condizioni di decomposizione.
Le regole operative cambiano però da comune a comune e da gestore a gestore, e in un’attività che produce volumi significativi l’errore si moltiplica su ogni servizio. Verificare le indicazioni sullo smaltimento corretto del proprio gestore e formare il personale sul conferimento completa una scelta che comincia in fase di acquisto.

L’analisi di Bio Green Gate

Bio Green Gate è il brand di packaging monouso in cellulosa distribuito da Ferrari Trading Srl per ristorazione, catering, eventi e distribuzione: stoviglie e imballaggi compostabili secondo la norma UNI EN 13432 e idonei al contatto con gli alimenti.
«Un distributore non può limitarsi a consegnare la merce. Se un cliente ci chiede un contenitore per un alimento caldo, la risposta corretta parte dalla certificazione e dall’idoneità al contatto, non dal catalogo. È un lavoro di consulenza prima che di fornitura.»
Elena Ferrari, titolare di Ferrari Trading Srl

Il percorso, in definitiva, è meno complicato di quanto sembri: capire quale parola descrive davvero il prodotto, chiedere la documentazione invece di fidarsi della grafica della confezione, e chiudere il cerchio con un conferimento corretto. Tre verifiche che si fanno una volta e valgono per tutte le forniture successive.