“Come eravamo”: la cucina italiana degli anni ’50

Annarita Curcio

Quasi un anno fa, ad aprile, presso il Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma, si è tenuto un convengo dal titolo La cucina degli anni ‘50 promosso e organizzato dalla Delegazione di Roma EUR e dall’Accademia Italiana della Cucina.
 
Al convegno hanno preso parte tra gli altri anche il Prof. Andrea Ghiselli (membro dell’INRAN e direttore del progetto “Sapermangiare”) che è intervenuto con una relazione sulle origini della dieta mediterranea e la dott.ssa Lejla Mancusi Sorrentino del Centro Studi Franco Merenghi la quale ha intrattenuto la platea con una circostanziata disamina sull’alimentazione italiana nel Secondo Dopoguerra. Questo meeting si è offerto quale preziosa occasione per riflettere su un momento particolarmente importante e cruciale della nostra storia recente: gli anni ‘50 visti però da un’ottica molto peculiare, ovvero quella dell’alimentazione.
 
Gli anni ‘50 sono unanimemente considerati dalla storiografia come il periodo durante il quale il nostro paese, benché uscito sconfitto da una guerra lunga e sanguinosa, riuscì, pur tra innumerevoli difficoltà, a diventare una delle nazioni più industrializzate dell’Occidente. Sono in particolare gli anni del cosiddetto miracolo economico, il quinquennio compreso tra il 1958 e il 1963, a lasciare un segno indelebile nel tessuto sociale e culturale della nazione. Numerosi i fattori che hanno inciso su questa radicale trasformazione, per primo la fine del regime di autarchia che rivitalizzò il sistema produttivo italiano, costringendolo a modernizzarsi, Il Piano Marshall, che permise l’afflusso dei macchinari e del know how americani e infine il ruolo fondamentale svolto dai grandi conglomerati nazionali quali l’Eni di Enrico Mattei, l’Iri e l’Edison, per il progresso dell’industria petrolchimica e la produzione di fibre sintetiche e fertilizzanti.
 
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Gli esiti sociali del miracolo economico sono altrettanto variegati e complessi: si pensi al massiccio flusso migratorio dal Sud al Nord, all’esodo imponente dalle campagne verso i centri urbani, nonché all’abbandono, talora definitivo, dei modi e degli stili di vita preindustriali. Tuttavia, la vera rivoluzione degli anni ‘50 è rappresentata da un sostanziale aumento del benessere materiale, grazie all’accesso da parte di una fetta sempre crescente della popolazione a quella sfera del loisir prima di allora del tutto sconosciuta ai più. Così il consumismo, reso possibile dal fordismo, ovvero dalla produzione in serie e automatizzata di beni di consumo, diventa la parola chiave per definire questa epoca. Non c’è da stupirsi pertanto se anche la dieta degli italiani subisce una serie di cambiamenti risolutivi. Se nell’Italia agricola e preindustriale era il pane l’alimento principale della maggioranza della popolazione, nel corso degli anni ‘50 il cibo identificativo dell’intero paese diventa invece la pasta: agnolotti, bucatini, maccheroni, penne, spaghetti, purché sia pasta, condita con salsa di pomodoro che per il pranzo della domenica diventa addirittura ragù. È del 1954 la scena gastronomica più famosa del cinema italiano: Alberto Sordi che non riesce a trattenersi di fronte a un piatto di spaghetti in Un americano a Roma.
 
Facciamo ora un passo indietro: nel 1950 viene pubblicato dalla rivista di design e architettura Domus il Cucchiaio d’argento, un libro di cucina contenente oltre duecento ricette provenienti da tutte le regioni italiane e che si impone immediatamente come un grande successo editoriale. Qualche anno più tardi, nel 1953, lo scrittore, critico d’arte e giornalista Orio Vergani fonda a Milano assieme a un nutrito gruppo di esperti del mondo della cultura, tra cui figurano Dino Buzzati e Giò Ponti, l’Accademia Italiana della Cucina, con lo scopo di promuovere e allo stesso tempo tutelare il ricchissimo e variegato patrimonio gastronomico regionale italiano. Nel frattempo, al di là dell’oceano un fisiologo e biologo statunitense, Ancel Keys, conduce i primi studi sull’influenza di una alimentazione scorretta sulle malattie cardiovascolari.
 
cucina anni 50
 
Nei primi anni ‘60, Keys si trasferisce a Pioppi, nel Cilento, dove vivrà per ventotto anni, studiando accuratamente l’alimentazione della popolazione locale e giungendo così alla conclusione che la cosiddetta “dieta mediterranea” – termine da lui stesso coniato – apporta evidenti benefici alla salute, grazie al suo elevato consumo di frutta, verdura, cereali, latticini, all’uso esclusivo di olio d’oliva per cucinare e condire e al modesto consumo di carne e pesce. Durante il decennio post-bellico sono tre i fattori principali che connotano l’alimentazione degli italiani: la stagionalità, la regionalità e non ultimo l’avvento dell’industria alimentare, con la produzione per mezzo di metodi meccanici del cibo. A ben vedere, un altro importante aspetto è rappresentato dall’introduzione degli elettrodomestici, che finiranno col mutare radicalmente le abitudini alimentari degli italiani. Tuttavia è ancora lontano il tempo del cibo surgelato, così solo in primavera si trovano al mercato i piselli, così come solo d’estate sono reperibili le melanzane, i peperoni e i pomodori. Inoltre, la mancanza di autostrade e di collegamenti agevoli non permette commistioni alimentari, dunque il panettone natalizio è una rarità per i meridionali; il pesto lo si può assaggiare solo in Liguria, e per mangiare una vera pizza bisogna andare a Napoli. Ragion per cui, l’alimentazione di quegli anni è totalmente basata su prodotti locali, stagionali e freschi. Ma come detto poco sopra, il vero salto, insieme economico e culturale, viene favorito dall’avvento degli elettrodomestici, primo fra tutti il frigorifero, che diventa un vero e proprio feticcio per tutte le casalinghe dell’epoca; i primi, messi in commercio dalla Fiat, sono senza congelatore, di color bianco e dal design smussato e tondeggiante.
 
Nel 1958 la Citterio intriduce sul mercato gli affettati in vaschette sottovuoto, inizia così il lento ma inarrestabile declino di un rituale tutto italiano: il taglio dei prosciutti davanti al cliente da parte del salumiere; le norcinerie, dove sapienti figure artigianali si erano dedicati sino ad allora alla gloria del maiale, cominciano a chiudere, rimpiazzate dai supermercati; il primo, creato dalla Supermarkets Italiani, che allora era in maggioranza del magnate americano Nelson Rockfeller, apre a Milano, in Viale Regina Giovanna, nel 1957. Qui è possibile trovare prodotti come il pomodoro in tubetto, che decreta il successo del marchio Mutti, e i Bucaneve Doria, biscotti a forma di fiore con la glassa di zucchero e il buco centrale. E poi il panettone Motta, i dadi da brodo, le minestre in barattolo della Cirio, le scatolette Simmenthal, i crackers all’americana, le caramelle al miele Ambrosoli, il liquore Strega.
 
Si comincia anche a consumare, sia pur in modeste quantità, la carne in ossequio al regime alimentare iperproteico importato dagli Stati Uniti. E quando, nelle occasioni solenni, si vuole mangiare fuori casa si va in trattoria, vero punto di riferimento della memoria gustativa dell’epoca. Qui i costi sono modesti e i sapori intensi. L’ostessa prepara i cibi, mentre il marito porta in sala i piatti. Le specialità delle trattorie sono i piatti regionali, dalle fettuccine alle penne al sugo, dalla coda alla vaccinara agli stufatini col sedano. A Roma, ad esempio, è molto popolare la cucina di Alfredo a Piazza Augusto Imperatore, con le sue celebri “fettuccine al doppio burro”, tanto amate dai divi di Hollywood, a Firenze la trattoria in voga è quella di Campoli detto il Troja, a Milano è famosa la Bice, con la sua “paglia e fieno”.
 
Dunque, l’Italia degli anni ‘50 è un paese allegro, vivo che cambia rincorrendo il benessere, con le sue ragazze in bicicletta, il neorealismo sentimentale di De Sica, il fascino sensuale della Mangano con le sue lunghe calze nere da mondina, lo sguardo beffardo di Walter Chiari. Da un punto di vista prettamente gastronomico è un paese dedito al buon cibo, ove predomina una cucina casalinga semplice, ricca di piatti gustosi, così differenti da un capo all’altro della Penisola ed è soprattutto la patria della dieta mediterranea, paradigma indiscusso del saper mangiare e del vivere bene.


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