La Falanghina: il vino che ricorda gli agrumi e l’erba sfalciata

Luca Gardini

Luca Gardini

Le alterazioni linguistiche non le sopporto: soprattutto nel vino. I diminutivi e i vezzeggiativi, come li chiamerebbero quelli bravi, generano nomignoli che spesso rischiano di appiattire le caratteristiche di un vitigno o del vino che da esso deriva. “Vinello” oppure “beverino” sono alcuni esempi di quello che intendo, senza contare che nel secondo caso l’utilizzo del diminutivo, sminuisce un fattore a dir poco essenziale per il giudizio su un vino, come quello relativo alla sua facilità di beva.
 
Questa sfilza di ‘ini’, ‘ucci’ e via di seguito, tra l’altro colpisce, determinando una specie di razzismo enologico, quei vitigni che sono troppo sbrigativamente considerati non proprio blasonati. Non ho mai sentito infatti parlare di Barolino o Barbarescuccio, al contrario ho sentito più di una volta il termine Prosecchino, Lambruschino oltre a quell’indefinita denominazione –terribile!- che è la categoria dei bianchini. Vitigni senza apparente
identità gustativa, ma accomunati da un prezzo contenuto.
 
Una galassia in cui rischiano di perdersi anche vitigni autoctoni di valore come la Falanghina. Qui il diminutivo è solo apparente, visto che il nome di questa bacca bianca deriva dalla parola “falanga”, termine con cui s’individuava il sostegno che reggeva le viti. La Falanghina è, da sempre, considerata il terzo elemento, alcuni direbbero incomodo, di un trio di vitigni campani che ha come altri protagonisti il Fiano e il Greco. Roba tosta, in rapporto alla complessità e alla capacità d’invecchiamento, caratteristiche che non appartengono, o per meglio dire non appartenevano,
anche alla Falanghina.
 

 
Il cambiamento di rotta avviene, per questo vitigno in gran parte coltivato in Campania, ma con presenza anche in Puglia e Abruzzo, negli anni ’90. Il riconoscimento della Doc Falerno del Massico prima e successivamente con quelli delle Doc Sannio, Campi Flegrei e Irpinia, hanno incrementato la legittimità della Falanghina, di cui si cominciano, ormai da una ventina d’anni, ad approfondirne eventuali varietà e impieghi. Studiandone la genetica si è scoperto come quest’uva bianca sia divisa in una variante coltivata in provincia di Napoli e in una seconda tipologia che invece cresce nel beneventano; domicili entrambi favorevoli alla coltivazione del vitigno grazie a clima asciutto ed elevato irraggiamento solare.
 
La Falanghina si adatta in realtà molto bene a diversi luoghi di produzione, ma anche ad altrettanti stili produttivi, tanto da poter essere tradotta sia come spumante sia come vino fermo, ma anche in versione dolce. Questa versatilità ha fatto sì che questa varietà diventasse uno dei grappoli pallidi più diffusi, se non addirittura il più diffuso, in Campania, con una presenza talmente forte nella provincia di Benevento da coprire, da sola, ben l’80% della superficie vitata di quest’area.
 
Proprio qui troviamo territori in cui la Falanghina si è molto specializzata, specie in chiave qualitativa, come accaduto nelle sottozone del Sannio che rispondono ai nomi di: Taburno, Sant’Agata de’ Goti, Solopaca e Guardiolo. Nomi che da sconosciuti, almeno fino ad alcuni anni fa, oggi godono di una relativa fama. Il merito di questa maggiore conoscenza, e direi anche coscienza, dei territori di produzione, si deve agli enormi passi in avanti che i produttori hanno fatto verso una maggiore consapevolezza di quali fossero i tratti distintivi di questo vitigno. Stilare un carattere aromatico e gustativo di massima consente, mediante la degustazione, d’individuare in un secondo tempo le sfumature donate al vitigno dai diversi terroir su cui cresce.
 
Come è quindi la Falanghina nel bicchiere?
È un vino che ricorda gli agrumi, l’erba sfalciata, oltre a quell’insieme di sensazioni balsamiche che vanno dalle erbe aromatiche fino alla canfora.
Non va dimenticata infine la tipica sensazione leggermente amarognola che caratterizza questo autoctono italiano tutto da riscoprire.


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