Riesling, il vitigno tedesco bagnato dal fiume Mosella

Luca Gardini

Luca Gardini

I tedeschi non sanno solo fare berline di lusso e birra. Fanno anche vino come già sapevano i romani prima e, da molto tempo, coloro che vogliono vini bianchi dalle capacità d’invecchiamento estreme. L’area enologica poi è, paesaggisticamente parlando, una delle zone più incantevoli d’Europa.

Su Google non troverete uno scatto che non sia meno che spaziale, con un bel fiume in mezzo –letteralmente- a un mare di vigna.
 
Molte piante ma un solo vitigno. Se la zona della Mosella coincide(va) con quel limite per la viticoltura che è stato spostato ancora più a nord dal riscaldamento globale, qui nei mesi freddi si battono comunque ancora i denti. Per questo la scelta del vitigno non poteva che cadere sul Riesling, varietà che ha un periodo maturazione molto lungo, tanto da avere più bisogno di luce –ricordo che più si va a nord e più le giornate si allungano- che di calore.

A mitigare il clima quando la colonnina di mercurio va in picchiata ci pensa, per l’appunto, il fiume, riflettendo sia la luce sia il calore

Per massimizzare poi entrambi questi fattori in Mosella i filari sono esposti a sud, su pendii ripidi, in grado di garantire una più omogenea esposizione solare.
 
Quanto ripidi? Vi basti sapere gli uomini che lavorano le vigne della Mosella si affidano a verricelli per scalare i vigneti durante le fasi di lavorazione o di vendemmia. Le piante invece, qui spesso a piede franco e quindi di età spesso avanzata, si aggrappano grazie alle loro profondissime radici al terreno, da queste parti caratterizzato soprattutto da ardesia.
 
Scaglie piatte e spesso acuminate che, tra le tante caratteristiche, hanno il merito di contribuire alla definizione del gusto dei vini che qui nascono. Un’ardesia ma di tre colori (blu, rossa e grigia), cui corrispondono, secondo gli stessi produttori della Mosella, altrettante caratterizzazioni gustative.
 
L’assaggio perciò qui spesso surfa in un mare di sensazioni sapide e tropicalità fruttate, per poi affondare in un abisso di spezie (più comune nei vini che nascono su ardesia rossa), senza dimenticare quelle correnti affumicate, talvolta declinate mediante derive simil-petrolifere. Differenze e al tempo stesso qualità che, per rimanere tali, in cantina hanno bisogno di metodo.
 
Facile con una nazione che fa del pragmatismo un comandamento. La conseguenza è praticamente un monoteismo legato alle fasi di lavorazione che prevede, ad esempio, fermentazioni spontanee realizzate in legno ormai fragrance free o in acciaio.
 
L’affinamento? Solo in vetro. Se tuttavia i vini della Mosella possono restare in bottiglia anche mezzo secolo e oltre, scavallando qualsiasi convinzione sulla longevità dei bianchi, gli stessi hanno un comportamento opposto una volta versati nel bicchiere. La beva fulminante, anche negli esemplari più giovani, si accompagna a una sensorialità tanto complessa da risultare, a tratti, quasi convulsa.
 
Riesling Vitigno tedesco di Luca GardiniTutto questo accade per quasi tutte le tipologie che qui si producono. Se nei vini della Mosella abbiamo, come detto, un vitigno, una tipologia di suolo e, praticamente, un solo metodo per produrli, il discorso si complica rispetto alle singole tipologie.
 
Tralasciando per brevità i vini definiti quälitatswein (spesso dallo stile secco) passiamo ai vini con prädikat (letteralmente con predicato). Diciamo subito che questa classificazione ha un che di cervellotico.
 

Per comprenderla piuttosto che perdersi nei gradi che vanno da una francescana asciuttezza a una barocca morbidezza, v’invito a concentrarvi sullo stile. Allora i Kabinett sono delicati, lievi, dal grado alcolico di poco più alto di un bicchiere d’acqua.
 
Gli Spätlese hanno più o meno la stessa impronta saporita dei Kabinett, ma più concentrazione e un corpo maggiore, gli Auslese infine, ottenuti da grappoli surmaturi e ancora più attentamente selezionati, sono spesso condizionati -in positivo s’intende- dalla presenza di muffa nobile. Semplice?!
 
Bene, sappiate comunque che esistono vini classificati Auslese, vinificati in versione secca. Alla fine? Il dolce ovviamente. I Beerenauslese e i Trockenbeerenauslese sono rarità vere e proprie, in bottigline dalla capienza inversamente proporzionale al prezzo di vendita.
 
I vini di ghiaccio, chiamati Eiswein, fanno poi categoria a sé per l’esclusività del processo produttivo, in cui la concentrazione dei sapori si deve al congelamento naturale dell’acqua contenuta nell’acino. Anche qui bottiglie lillipuziane che all’asta raggiungono, per singola bottiglia, cifre a 4 zeri.
 
Al di là della capacità di questi vini di soddisfare i gusti e di invecchiare come nessun altro, quello che invidio a queste zone è la grande tecnica di cantina, l’estrema e diffusa pulizia dei vini e il grande sacrificio legato al lavoro in vigna.
 
Immagino infatti che quando uno sia arrampicato su quelle pendenze e, nelle giornate di sole, si volti a guardare il paesaggio, capisco che la voglia di lavorare possa scorrergli via insieme alle acque della Mosella.
 
Leggi anche “L’aglianico, la provenienza di un rosso del sud” di Luca Gardini
 

 
 


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