C’era una volta… I Sappueddus

Danilo Curotto

Danilo Curotto

Crediti fotografici: PrimoPiatto Scuola di Pasta

Il leitmotif rimane uguale anche nel 2026: ricercare formati di pasta in giro per le regioni italiane da proporre ai ristoratori per creare un menu differenziante legato alla tradizione pastaria italiana.
Se a volte questa missione sembra giungere al termine, immediatamente veniamo smentiti: oggi siete voi stessi a segnalarmi formati mai citati in circa 14 anni e 114 articoli.
La Sardegna ha occupato uno spazio importante in queste pagine, terra dove la manualità ha raggiunto apici inarrivabili lavorando solo semola e acqua.
Poi arriva la “bacchettata”: possibile dimenticarsi dei Sappueddus?
Incredulo, verifico… ed effettivamente mancavano all’appello.

Sappueddus: identità rurale e tecnica artigianale

I Sappueddus nascono come pasta domestica nelle aree rurali della Sardegna centro-meridionale, in particolare nel Sarrabus.
Il nome richiama la piccola dimensione e il gesto rapido con cui l’impasto viene lavorato, quel “pizzica e getta” che ne definisce l’essenza.
Semola di grano duro e acqua, nessun uovo: una cucina di necessità che ha generato formati funzionali e identitari.
A differenza dei più noti malloreddus, sono più piccoli, irregolari e rustici, schiacciati e piatti.
Non un formato minore, ma un prodotto ricco di storia e tradizione.
Nel panorama della ristorazione italiana, sempre più orientata alla riscoperta delle identità territoriali, i Sappueddus rappresentano una risorsa culturale e gastronomica di grande interesse.
Quasi sconosciuti fuori dall’isola, raccontano semplicità, manualità e adattamento al contesto.
Valori oggi centrali per una cucina sostenibile e distintiva.

Caratteristiche tecniche e valore per il ristoratore

Si tratta di una preparazione semplice che richiede precisione: un ottimo banco di prova per ristoratore e pastaio artigiano.
Qualità della semola (granulometria e tenore proteico) e idratazione controllata sono i due punti critici.
La consistenza deve risultare plastica, soda e non appiccicosa, ideale per la formatura.
La pallina viene schiacciata, poi pizzicata e strappata: qui sta la vera differenza rispetto ai malloreddus.
Un impasto troppo umido si incolla, troppo asciutto si screpola: l’equilibrio fa la qualità.
Il formato irregolare crea una superficie perfetta per trattenere il condimento, aspetto sempre più apprezzato nella ristorazione contemporanea.
Per il ristoratore è una base neutra su cui costruire piatti identitari.
La tradizione non impone un solo condimento: dal pomodoro e pecorino a versioni vegetali con fondi di verdura ed erbe spontanee.
Interessanti anche interpretazioni marine con brodi concentrati e crostacei, oppure proposte gratinate e da sharing.

La loro dimensione li rende ideali per tasting menu e fine dining.

Non va trascurato il food cost: materia prima economica, alta resa e grande potenziale di storytelling.
Inseriti correttamente in carta, aumentano il valore percepito del piatto e rafforzano il posizionamento premium del locale.
Per il cliente diventano esperienza culturale prima ancora che gastronomica.
In un mercato saturo di proposte standardizzate, l’innovazione passa spesso dal recupero consapevole della tradizione.
E questa piccola pasta sarda può trasformarsi in una grande opportunità.


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