I fili di Dio, Lamian, Su filindeu e i loro fratelli

Danilo Curotto - Maestro Pastaio

Danilo Curotto - Maestro Pastaio

Filindeu
 
Qualche articolo fa ci eravamo soffermati, o forse meglio dire imbattuti, in una applicazione fusion che vedeva il nostro taglierino prendere il posto degli spaghetti giapponesi all’interno di un ramen.
La storia degli spaghetti e di tutti i loro fratelli sparsi per il mondo è sorprendente, soprattutto pensando che l’utilizzo della farina mischiata ad acqua ha dato vita a un piatto che viene universalmente conosciuto ed utilizzato in svariati modi.
 
Oggi non ci soffermiamo su di una ricetta, come normalmente avviene in questa rubrica, ma facciamo un excursus storico geografico sullo spaghetto e sulla sua preparazione partendo da lontano, geograficamente parlando rispetto all’Italia: Lo Xinjiang, regione del nord ovest cinese ai confini della via della seta, e i lamian.
Sono i cuochi uiguri che preparano questi spaghetti che richiedono dedizione, tempo, maestria e forza fisica. Farina e acqua, impastati e lavorati energicamente fino a formare una palla e poi un rotolo sottile e lunghissimo di pasta che riposa disposto in un piatto a forma di spirale.
 
La lavorazione della pasta è affascinante: si forma un unico spaghetto molto lungo, lo si arrotola rapidamente sulle braccia come se si stesse lavorando una matassa e lo sbatte con forza sul piano di lavoro. Questa operazione aumenta l’elasticità degli spaghetti. Poi è il momento della cottura, un passaggio di pochi minuti in acqua bollente e infine gli spaghetti vengono saltati nel wok con lo stufato e serviti. La cosa ideale sarebbe cuocere uno spaghetto singolo molto lungo. Se vogliamo parlare di record a Shanxi il record è di un solo spaghetto lungo circa 20 metri.
 
Gli spaghetti Suo (suo noodles) arrivano a quasi 3 metri di lunghezza e la tecnica di preparazione con essiccazione all’aria rischia di essere citata nei libri di storia essendo rimasti in pochissimi a saperla eseguire in altrettanto pochissimi villaggi in Cina.
 
Spostandoci verso est arriviamo in Giappone dove troviamo gli Udon, spaghetti prepararti con farina integrale, i Soba noodles, tagliolini di farina di grano saraceno (vi ricordo che il grano saraceno non è un cereale, ma una farina ottenuta dalla molitura dei semi di un fiore appartenente alla famiglia delle Poligonacee…).
 
Esiste qualche cosa di simile in Italia, patria mondiale della pasta? Certo che si: Su Filindeu (i fili di Dio). Sardegna, Nuoro. La preparazione ha molto in comune come tecnica con le due sopra riportate che distano migliaia di chilometri. L’impasto fatto a mano viene allungato e poi ripiegato su sé stesso in modo da “doppiare” il numero diminuendo lo spessore, arrivando con progressione geometrica ad ottenere degli spaghetti sottilissimi che sono adagiati su di una forma circolare a formare una trama a rete. Questa, una volta essiccata, sarà tagliata a pezzi e cotta nel brodo di pecora.
Semplice?
Assolutamente no, tanto che si rischia di perdere traccia di questa preparazione essendovi solo pochissime donne del luogo capaci a produrli.
 
Come dico di solito in chiusura articolo non ci resta che provarli (ricordandovi che state assaporando un “pezzo” di storia unica!)… quindi buon appetito!


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